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Perché Cossignano ombelico del Piceno? L’idea mi è venuta per associazione con la nota canzone di Jovanotti, Ombelico del mondo, e dalla nozione antica di Roma come umbilicus mundi, e ancora dal dato topografico dell’umbilicus Urbis, situato nel Foro Romano, contrassegnato dal miliario aureo: un piccolo monumento eretto da Augusto nel 20 a. C. proprio per indicare l’ideale punto di partenza delle strade romane, che da qui si diramavano per tutto l‘impero. Su di esso era indicata la distanza fra Roma e le principali città. Resti della colonna, originariamente rivestita di bronzo dorato, e della sua base di marmo bianco, decorata con palmette, sono ancora visibili davanti all’antica ara di Saturno. In ogni caso il pensare a Cossignano come “ombelico del Piceno” non è un percorso mentale del tutto strampalato. Se si guarda ad una carta del Piceno antico si noterà che Cossignano è situata all’incirca a metà del percorso che separa Ancona da Atri (Hatria), allo stesso modo in cui, nella realtà anatomica (si pensi alla schematica raffigurazione dell’uomo vitruviano), l’ombelico è il punto equidistante dalle estremità delle membra del corpo umano. E ancora: è fuori di dubbio che nel panorama anatomico l’ombelico rappresenti una parte tutto sommato trascurabile, che non svolge certamente alcuna funzione fisiologica vitale (è indubbio che se Cossignano sparisse dalla faccia della terra, il Piceno sopravviverebbe splendidamente); esso tuttavia rappresenta, con la sua natura di esito cicatriziale del trauma natale, un segno indelebile lasciato sul corpo dall’evento della nascita, una specie di evidenza documentale dell’avvenuto storico. Dunque non soltanto ombelico come luogo geometrico equidistante dalle estremità dell’antica regio quinta, ma anche ombelico inteso come luogo originario di arrivo della migrazione sabellica, al seguito del picchio sacro a Marte, che sopra la rocca cossignanese (arx o ocre?), lasciò il segno della sua presenza in un tempio o delùbro di Marte e in un ragguardevole abitato di genti picene che, dall’estensione delle sue necropoli, si qualifica come centro abitato ancor più consistente, almeno fra VI e V secolo, di quello costiero di Cupra, anche se in seguito l‘organizzazione romana del territorio e la più o meno forzata migrazione delle genti picene originarie verso l’esercito della repubblica imperiale (o magari un cenno imperioso di Sulla, deduttore di una colonia di veterani a Cupra) costrinsero impietosamente questo nostro Marte ad adattarsi a diventare Mars Cuprius, ossia il Marte di Cupra, e a sopravvivere soltanto nel nome di un pagus Martius, o castellum Martis attribuito al territorio della colonia cuprense. Gli ormai pochi amici cossignanesi autentici, sopravvissuti al sopravanzare della nuova barbarie, mi consentiranno di proporre ancora una volta condensate in queste pagine le ragioni dell’orgoglio d’esser figli di quest’antica e nobile terra.
Mariano Malavolta
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