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Mariano Malavolta

 

Storia antica e antiche storie di Cossignano

  

[Cossignano, 8 agosto 2004]

 

  

         Il tema proposto per questo primo incontro culturale di storia antica , che abbiamo voluto in qualche modo restringere alle “Antichità di Cossignano nel Piceno”, mostra volutamente nella sua formulazione la patina di quello stile paludato e pedante degli scritti eruditi di storia locale che a dozzine – anche da queste nostre parti – venivano dati alle stampe in un’epoca (fra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento) in cui era ancora incerta la denominazione da dare alla nostra regione marchigiana e non pochi erano i sostenitori di un ritorno all’antico nome romano della quinta regio, il Piceno appunto, dell’Italia augustea.  A chi ha un minimo di dimestichezza con la letteratura antiquaria regionale questo titolo (Le antichità di Cossignano nel Piceno) richiamerà dunque immediatamente alla memoria il titolo della più celebre e poderosa fra le raccolte erudite dell’epoca: le Antichità picene dell’abate Giuseppe Colucci, che al suo instancabile redattore procurarono l’appellativo di “Muratori marchigiano”.

        

          Il fatto è che, se ci inoltriamo nel mare della carta stampata alla ricerca di un’opera, anche modesta, che in quegli anni dell’età dei lumi abbia provveduto a lumeggiare la nostra storia locale, non troviamo quasi nulla. Non un libro, fra le migliaia di volumi e di opuscoli conservati nella Biblioteca Vaticana, o nella Magliabechiana di Firenze, o nella Nazionale di Roma (oltre che nella ricchissima biblioteca fermana), porta nel titolo o almeno nel frontespizio il nome di Cossignano. E dunque ben si giustifica il nostro tentativo odierno di colmare, almeno idealmente pur se tardivamente, una lacuna che è tanto più evidente perché in qualche modo già denunciata. Proprio l’abate Colucci, nella sua frenetica attività pubblicistica, segnalava di aver programmato uno spazio della sua vastissima opera riservandolo alla storia cossignanese ed annunciava, citando Cossignano nel tomo XVI delle Antichità picene, che “il materiale per illustrarne le memorie istoriche mi si viene ora preparando dall’erudito signor don Francesco Santucci”; e ancora nel tomo XXXI, e dunque diversi anni dopo, le sollecitazioni rivolte dal Colucci al poco zelante corrispondente cossignanese si ripetevano con tono quasi accorato, per il timore che la sua raccolta di antichità restasse orbata da una lacuna proprio per la terra di Cossignano “di cui – scriveva il Colucci – attendiamo con impazienza le memorie storiche raccolte dalla somma diligenza dell’erudito abate don Francesco Santucci”.

        

          Ma di queste Memorie istoriche di Cossignano del Santucci, sospirate dal Colucci e negate dal nostro antico compaesano, non vi è traccia nei tomi delle Antichità picene (nemmeno fra gli inediti recentemente pubblicati dall'editore Maroni), e dunque possiamo essere sicuri del fatto che esse non videro mai la luce. E se proprio vogliamo citare qualcosa che in questi secoli di trionfo dell’erudizione storica abbia dato lustro alle memorie locali dobbiamo restringerci ad un opuscolo di Vincenzo Maria Michettoni, intitolato Affetti divoti a S. Filomena, stampato dalla tipografia Iaffei a Ripatransone nel 1833 e dedicato dall’autore (che si dice con disinvoltura “parroco di S. Giorgio in Cossignano”) a Niccolina Leli Vinci, patrizia fermana. Il Michettoni, nel frontespizio, presentava l’opuscolo come seconda edizione della sua opera “con aggiunta – leggiamo – del Santo Triduo ed alcuni cenni storici”: va detto, fra l’altro, che non ho potuto vedere questo opuscolo (a me noto solo dal titolo ricavato dal catalogo di una libreria antiquaria), e che dunque le note storiche in questione potrebbero riferirsi non alle antichità cossignanesi ma, più congruamente, alla vita di S. Filomena.

 

         La conclamata mancanza di opere a stampa non significa tuttavia che non si possa tracciare – come il buon metodo vorrebbe – una sia pur breve ed essenziale storia degli studi storici di argomento cossignanese, limitandomi in questa sede a citarli e con l’impegno di trascriverli integralmente (in appendice al mio contributo), visto che essi vanno pur sempre considerati tentativi – anche se non mai giunti alla dignità della stampa – di un avvio di indagine storica. Essi sono tutti contenuti, significativamente, nelle pagine del Regesto parrocchiale della chiesa prepositurale di S. Maria, del quale mi sembra opportuno citare anche il bell’incipit, redatto nel 1550 da Giovanni Girolamo Roselli, prebendato (ossia curato) di S. Giorgio e viceproposto (in assenza del titolare Tommaso Qualeatti); il piglio storico ne risulta con particolare efficacia nel frasario d’ispirazione sallustiana, mediato – a quel che pare – dalla parafrasi di un passo del Metalogicus di Giovanni di Salisbury: è vero che si tratta soltanto, nel nostro caso particolare del liber ecclesie dive Marie de Cosignano, di un modo elegante di intestare il libro dei conti della parrocchia, ma vi è evidente quell’intento dell’uso della scrittura per conservare il ricordo di una realtà effettuale che vuol essere sottratta all’ingiuria del Tempo; intento enunciato con una dotta e meditata parafrasi che non sfigurerebbe come prefazione di quell’antica storia che la nostra comunità non ha mai avuto.   

        

          Tentativi veri e propri di raccolta, più o meno sommaria, delle memorie storiche locali possono considerarsi invece le pagine scritte da don Giacomo Agnelli e da don Emidio Galanti.  Il primo di costoro, don Giacomo Agnelli (curato di S. Giorgio dal 1641 al 1698) firma una nota intitolata “Le glorie di Cossignano”, che si estende per due fogli (cc. 148v e 149r), affermando di scrivere e copiare “da carte antiche et autentiche”, ed è significativo che una buona parte di questa nota sia dedicata alla spiegazione dell’origine del nome di Cossignano, fatto derivare da quello del romano Cossinio, inviato contro i gladiatori ribelli di Spartaco nell’anno ab urbe condita 670 (ossia nel 73 a.C.). Già nelle “carte” che don Giacomo Agnelli dice di copiare è dichiarata l’origine dotta di questa ipotesi sul toponimo, che viene fatta risalire ad un verso (nobile Cossinei castrum de nomine) del poema Picenum, pubblicato dall’umanista Francesco Panfilo da Sanseverino nel 1575.

        

          Di estensione assai maggiore è la nota redatta nel luglio del 1858 da don Emidio Galanti (proposto dal 1852 al 1875 nonché fratello del dantista Carmine), che occupa tutta la c. 148r e i fogli 150r, 150v, 151r e si presenta divisa in due parti: una prima intitolata “Memorie di Cossignano” e una seconda, assai più breve, che porta il titolo “Uomini illustri di Cossignano”.  Si può dire che questo scritto del Galanti, che a mio avviso è da considerare frutto di una personale fatica (nella quale è probabile che il buon proposto sia stato almeno qualche volta aiutato dal dottissimo fratello Carmine), costituisca l’unico vero sostanzioso originale contributo alla ricerca storica locale prodotto da moderna erudizione, in seguito da altri utilizzato in più occasioni, per lo più in forma ridotta, tutte le volte che vi fu bisogno di sciorinare nozioni di storia patria (è il caso del redattore della nota inviata ai compilatori della Guida della provincia di Ascoli Piceno curata dal Club Alpino Italiano, pubblicata nel 1889).

        

         Chi di voi teme una prosecuzione di questo noioso sproloquio sugli eruditi cossignanesi dei secoli scorsi può tirare, a questo punto, un sospiro di sollievo, visto che l’elenco delle “antiche storie” – come i più attenti già sanno – finisce qui. Qualcuno potrebbe dire che non è stata una buona idea il farlo, dal momento che l’inventario, per molti aspetti deludente, ha rivelato una quasi vergognosa povertà di stagionate “memorie istoriche”;  ma sicuramente è stata, questa, un’operazione utile a porre in risalto la ricchezza degli spunti d’indagine (ne avete avuto un efficace ragguaglio nella relazione di Tiziana Capriotti) che il punto di vista locale offre invece sul versante della storia antica. Ed è proprio su questo versante della storia antica (lo dico con convinzione non certo indotta dalla mia specializzazione accademica) che la nostra comunità potrà indagare e ricostruire con maggior profitto i tratti di una sua fisionomia culturale che recuperi – in questa complicata epoca in cui viviamo – l’essenza di quella vantata nobilitas del castello di Cossignano che in qualche modo possiamo considerare certificata dai versi del poema del Sanseverino.

        

          Già in un’altra occasione abbiamo avuto modo di rievocare, in questa stessa sala, la piena partecipazione dei nostri antichi progenitori a quell’evento centrale nella storia dell’evo antico che fu la prima costruzione della nazione italica: un cammino irto di difficoltà e di esiti sanguinosi che determinò gli aspri conflitti dell’età graccana e le infinite stragi della guerra sociale e del lungo secolo delle guerre civili, fin quasi – si può dire – all’epilogo della battaglia di Azio e alla pacificazione dell’ecumene antica nel saeculum Augustum. Una vera e propria prima “globalizzazione” nella storia umana. In questo contesto e con questa prospettiva, che non è più di erudizione storica locale, ma vuole estendersi ad interagire fin dove possibile con i più sofisticati metodi d’indagine della ricerca antichistica, la nostra piccola comunità ha potuto via via disseppellire la grandezza del suo mitico passato (già sommessamente evocata dal suo poeta, Niccola Pansoni) per il tramite di “casuali” scoperte di antichità.

        

          Le necropoli picene dei secoli VI e V a.C., la cui ubicazione si è venuta determinando sulla base dei frequentissimi rinvenimenti di superficie (rinvenimenti casuali e non certo acquisiti da scavi sistematici sempre negati dalla Soprintendenza) hanno rivelato l’esistenza di un insediamento piceno tutt’altro che modesto, e anzi riconoscibile come il più sostanzioso (per quell’epoca) dell’intero comprensorio cuprense.

         

         L’origine prediale del nome (da quello di un fundus Cossinianus) è stata confermata dal rinvenimento (casuale) dell’iscrizione di Cossinia Fortunata, e ancora una testimonianza epigrafica eugubina – come ci ha detto Tiziana – attestando l’esistenza di un Mars Cuprius, rende ancor più plausibile l’ipotizzata esistenza di un castellum Martis o vicus Martis o pagus Martius  a suo tempo pensato nell’ambito di deduzioni coloniarie sullane o triumvirali, o anche augustee, come articolazione verso l’interno dell’ager Cuprensis e sede di attività produttive dislocate nel sito dell’antica pieve di S. Vito, lungo il percorso di una strada costruita da un prefetto romano nel II secolo a.C., e che oggi viene riproposta nella pianificazione regionale con il nome di Transcollinare picena.

        

           Infine, il ruolo centrale svolto da personaggi di origine picena (si pensi a Tito Labieno e a Publio Ventidio) nel complesso quadro della storia politica e militare della tarda età repubblicana è stato magnificamente illustrato dal rinvenimento (casuale) dell’iscrizione cossignanese dedicata a Lucio Afranio nel 60 a.C., ossia nell’anno in cui costui, humili loco Picens, fu eletto dai comizi centuriati alla suprema magistratura dello stato romano, insieme con Q. Cecilio Metello Celere, esponente della più antica nobilitas.  L’origine locale, diciamo pure “cossignanese”, di questo illustre personaggio, da considerare senza ombra di dubbio il più importante fra i nostri concittadini (passati, presenti e anche futuri) fu ipotizzata su solide basi non già da un erudito cossignanese o marchigiano, ma da studiosi insigni come Bartolomeo Borghesi e Theodor Mommsen, padri fondatori della moderna scienza antichistica: essi diedero una lettura definitiva (o quasi) della celebre iscrizione che conosciamo dalla riproduzione del Ritschl, incisa sulla base di statua rinvenuta “nel fondo Francioni”, ossia nell’orto di cui è attualmente proprietario Antonio Malavolta. Da allora non passa anno – se così si può dire – senza che qualche non meno insigne studioso inglese, tedesco, francese, americano o anche italiano dedichi un po’ della sua attenzione a questioni connesse con la biografia o la carriera di Lucio Afranio. Filippo Coarelli, insigne studioso nonché maestro della nostra giovane Relatrice, ha suggerito di recente che egli abbia esercitato la poco onorevole professione di mercante di schiavi (allora peraltro lecita e – quasi come ora – alla portata di tutti) e ha proposto di riconoscerlo nel personaggio raffigurato in una statua di Magnesia al Meandro e ricordato in iscrizioni (in lingua greca) di Magnesia e di Caunus (città dell’antica provincia romana d’Asia, nell’odierna Turchia).

        

          Ma queste sono cose ben note agli specialisti, sulle quali in ogni caso molti storici hanno scritto e scrivono tuttora, e a quegli scritti preferisco rinviare i curiosi, limitandomi ad osservare che da noi, voglio dire qui a Cossignano, il nostro ha meritato quasi subito un suo posticino nella toponomastica ed una targa ceramica che assegnava il suo nome illustre al modesto spiazzo sottostante l’Annunziata, luogo approssimativo del rinvenimento della citata iscrizione. Malauguratamente il restauro recente delle mura castellane ha prodotto l’eliminazione della pur decorosa targa ceramica (nella quale fra l’altro il nome veniva citato quasi correttamente: Lucio Afrenio [invece che Afranio] di Aulo, ossia con la corretta successione di prenome, nome gentilizio e patronimico) ma ha lasciato intatta una logora targa di latta (databile all’inizio degli anni settanta del secolo scorso) che erroneamente enuncia il nome Lucio Afranio Aulo come se quell’Aulo finale fosse il cognomen del personaggio, il che sicuramente turba non poco il millenario riposo del grand’uomo. È evidente che chi ha lasciato le cose in questo stato non è affatto superstizioso, e anzi è convinto che dopo più di duemila anni di grande sonno il lemure di Lucio Afranio (così a quell’epoca si chiamavano i fantasmi) sia ormai completamente svanito (“sfiatato” direbbe un vero Cossignanese).

        

          Ma su queste evanescenze, anche se di spiriti remoti della storia antica, io avrei qualche dubbio, constatando invece la inesauribile vitalità di certe reliquie del passato anche più lontano, che ancora sembrano dare, nei modi più inattesi, segni inequivocabili di vitalità: per restare nel nostro ambito programmatico di storia antica locale mi piace dunque concludere questo breve intervento con un cenno a quello che si presenta come persistente indizio, fornito dalla toponomastica, di un antico culto che daremo da studiare alla nostra promettente collega. Mi riferisco alla località Fontorfio e all’omonima fonte che le diede il nome, di cui tuttora sono visibili, fra le sterpaglie e i rovi, alcuni resti riferibili ad una sistemazione di questa fonte d’acqua sorgiva disposta dalla comunità verso la fine del XVIII secolo (illustrata nei minimi dettagli da una planimetria che si è conservata nell’archivio del Buon Governo, fondo immenso dell’Archivio di Stato di Roma, alla vecchia Sapienza).  L’arrivo sulla piazza Umberto I, già nell’agosto del 1923, delle condotte dei consorzi provinciali ed il successivo moltiplicarsi delle utenze private avevano ormai ridotto il Fontorfio (così latinamente mi piace di chiamarlo, esaltandone il genere maschile), da tempo non più utilizzato, ad un ormai vuoto vocabulum: un nome inutile o quasi, segnalato a stento dalle mappe catastali. Ma ecco che quello che gli antichi chiamavano genius loci ha dato una prova del suo intatto vigore, mostrando di non rassegnarsi alla banalità quotidiana dell’oblìo, che sbiadisce la vita di noi comuni mortali, ed è rispuntato, in tempi relativamente recenti, come logo (disegnato da Enio Lucidi) dell’agriturismo Fonte Orfeo divenuto in breve, grazie all’iniziativa imprenditoriale di Gabriele De Angelis, un insostituibile punto di ritrovo per cossignanesi e turisti (cosa che ha consentito nuovamente al genius di pavoneggiarsene, come forse già in antico). E badate bene che non si tratta soltanto di una cervellotica trovata da conferenziere, che vuole preludere ad un immancabile esito conviviale di questi lavori, come dimostra il rinnovato interesse per gli idronimi intesi come bene culturale e censiti – con particolare riguardo ai fontanili storici (mi dice Marilena D’Angelo) – da un’indagine regionale in corso di attuazione.

        

         L’importanza di Fontorfio per il fabbisogno idrico della comunità è ben attestata già nella relazione – datata 17 novembre 1777 – redatta come resoconto della visita di monsignor Resta, dove si afferma che “tra le non poche fontane in questo territorio esistenti quella che può chiamarsi più abondante e perenne è la denominata Fortorfia”; la stessa relazione raccomanda dunque alle locali autorità di effettuare ogni anno, nel mese di aprile, la pulitura dei condotti della fontana e addirittura di vietare alle donne di “poter lavare li panni nella sunnominata fontana, potendosi a ciò supplire col portarsi al fiume qui vicino”.

Anche per Fontorfio la cosa che più stupisce è la longevità del toponimo: già nel documento che ha conservato la donazione di Longino (dell’anno 1039) il vocabolo è ricordato in modo inequivocabile fra quelli pertinenti al castello de Marte quod vocatur Cosenianum.  Che si tratti proprio di quel Fontorfio è confermato dalla circostanza che la sua registrazione censitaria precede immediatamente quella della contigua contrada di Fiorano: et res meas de Fontorifi – dice il documento – et de ipsa valle, et res meas de Floriano.  Anche in questo caso dunque, come già ipotizzato per il castello de Marte, possiamo pensare che il nome Fontorfio abbia conservato quasi intatta (anche nell’accentazione) dopo due millenni, l’antica forma del nome fons Orphei, ossia fonte d’Orfeo, che esso probabilmente aveva già nell’evo antico, analogamente a quanto è documentato dal caso parallelo della Fonte d’Ercole attestata in territorio di Montalto, consacrata anch’essa ad una popolarisima figura “eroica” dell’antica mitologia classica (altre analogie possono riscontrarsi in alcuni nomi di fiumi o torrenti come Albula e Caìco, o nell’esito frequentissimo in Fontemaggio – attestato anche a Cossignano dai broliardi o sommarioni del catasto gregoriano – di nomi di fonti anticamente dedicate a Maia, genitrice dell’eroe Ercole).

 

         Non sarà inutile, anche a titolo di parziale riparazione dell’offesa di cui potrebbe essersi resa colpevole la comunità nei confronti del dimenticato fonte, ricordare brevemente il mito di Orfeo, figlio di un re della Tracia e della musa Calliope, accompagnatore del non meno mitico eroe Giàsone (il capo della spedizione degli Argonauti nella Colchide). Nel corso di un viaggio in Egitto Orfeo avrebbe appreso la religione dei misteri e la dottrina dell’altra vita, che gli sarebbe in seguito servite a penetrare nell’oltretomba, dove egli si spinse nel tentativo di recuperare l’amatissima Euridìce, morta per il morso di una vipera mentre sfuggiva al pastore Aristeo. Giunto nell’Ade Orfeo sarebbe riuscito, intonando liriche meravigliose sulla cetra ricevuta in dono da Apollo, a convincere Plutone e Persefone a farsi restituire Euridice. Ma Plutone aveva consentito al rilascio della fanciulla solo a condizione che, lungo il percorso che doveva ricondurre sulla terra i due amanti, Orfeo procedesse per primo, senza mai voltarsi verso Euridice, che avrebbe dovuto seguirlo. Orfeo non riuscì a trattenersi: si voltò a guardare la desiata sembianza della sua amata, che così fu inesorabilmente  risucchiata, questa volta per sempre, nel regno dei morti. Dopo quella straziante separazione Orfeo, travolto dal dolore, divenne misogino e rifiutò l’amore delle donne di Tracia, sconsigliando anche agli altri uomini di stringere legami e perfino rifiutandosi di far dono della sua arte musica cantando, come era solito, nei convivii. Così egli fu fatto a pezzi dalle Mènadi sdegnate dei suoi rifiuti e le sue membra sparse per ogni dove ebbero infine rituale pietosa sepoltura ad opera delle Muse.

        

         Sappiamo che il culto eroico tributato ad Orfeo dalle numerose sètte italiche gli attribuiva facoltà magiche, come quella d’incantare gli alberi, attirare le pietre, arrestare il corso dei fiumi, ammansire le belve feroci; egli avrebbe inoltre  inventato l’arte della preparazione dei cibi e la cottura (e qui la connessione con il nostro agriturismo è evidente) e avrebbe iniziato gli umani alle pratiche dell’agricoltura e della medicina e propugnato la fede nell’immortalità dell’anima, dando così inizio ad un credo misteriosofico che in Italia prosperava ancora in età romana imperiale, dopo essere sopravvissuto alle severe sanzioni (certamente provocate da gravi abusi perpetrati dalle conventicole) imposte dal senato romano nel 186 a.C.

        

          Chi si occupa di storia antica e di antiche storie è incline a credere che un antichissimo genio – qual è quello del fonte d’Orfeo – con la sua veneranda età abbia ancora qualcosa da dirci, se attentamente ascolteremo; e se queste riflessioni sulle anticaglie hanno un senso (questo è da sempre l’historìa) dovremo continuare ad indagare, per dar voce compiuta ai nostri più antichi spiriti.