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I culti dell’ager Cuprensis in età romana L’area nella quale sorge attualmente la cittadina di Cupra Marittima e tutto quello che in età antica doveva essere il suo vasto territorio, che comprendeva le attuali vallate del Menocchia e del Tesino, è uno dei distretti territoriali del Piceno meridionale di maggiore interesse per la ricchezza delle testimonianze archeologiche riguardanti tutte le epoche protostoriche e storiche. Anche se la rilevanza storica di questa zona non è mai stata opportunamente sottolineata, e purtroppo essa risente di trent’anni di mancata politica di promozione turistica e di divulgazione culturale, il comprensorio cuprense riveste un’importanza determinante agli occhi degli studiosi di antichità romane e degli storici del territorio. La zona è stata oggetto sia di scavi sistematici, già dal periodo del governo pontificio nella Marca meridionale, che di rinvenimenti sporadici nelle campagne, i quali hanno dato luogo a ricche e consistenti raccolte museali, in particolare: quella del Museo del Territorio di Cupra Marittima, quella del Museo Civico Archeologico di Ripatransone, quella del Palazzo Comunale di Osimo, (il quale acquisì pezzi pregevoli in seguito alla donazione del cavaliere osimano Alessandro Buttari, che li aveva acquistati a Cupra Marittima), oltre ai pezzi che si trovano al Museo Nazionale di Ancona, purtroppo in numero ridotto rispetto all’allestimento originario di I. Dall’Osso a causa del bombardamento tedesco del 1944, che distrusse in gran parte il Museo di Ancona. I primi sommari e sconsiderati interventi di scavo furono intrapresi dai legati pontifici intorno alla metà del ‘700, per ordine di Clemente XIV e Pio VI, seguiti dalle imprese e dagli studi di Paolo Maria Paciaudi, arciprete di Ripatransone, il primo a raccogliere le iscrizioni cuprensi (nelle quali vanno considerate quelle del territorio circostante) in un lavoro comparso nel 1742; in seguito fu Giuseppe Colucci (1779), e dopo di lui tutta la schiera di eruditi locali ottocenteschi si occuparono di raccogliere e pubblicare le iscrizioni latine di Cupra, Ripatransone, Grottamare e dintorni in opere di scarso valore scientifico ma molto importanti per noi in quanto hanno il merito di aver raccolto documenti nella maggior parte dei casi perduti per sempre. I rinvenimenti archeologici testimoniano un’ intensa frequentazione del territorio fin dall’età Paleolitica: le raccolte di superficie avvenute nei diversi anni, oltre a scavi archeologici recenti, hanno permesso di individuare giacimenti di età paleolitica che fanno ipotizzare una realtà insediativa intensa e diversificata in tutte le fasi di questo articolato periodo della preistoria. Per quanto riguarda le informazioni su insediamenti dell’età del Bronzo possediamo materiali purtroppo sporadici, ma che potrebbero documentare l’insediamento sul territorio di vere e proprie comunità, le quali partecipavano delle rotte commerciali adriatiche attraverso un porto inserito nel circuito degli attivi scambi del bacino mediterraneo, che era alimentato da vitali rapporti commerciali con la costa adriatica: nelle raccolte museali sopra citate abbondano straordinari esempi di ceramica attica d’importazione e di altri oggetti di provenienza orientale, validissime testimonianze degli intensi rapporti che dovevano sussistere tra le due sponde dell’Adriatico fin dall’età protostorica. Le più antiche testimonianze di frequentazione della zona, che si possono riferire alla fase di passaggio tra età del bronzo finale e inizi della cultura picena sono quelle emerse in località “Castelletta”, a nord-est del sito di S.Silvestro, non frutto di regolari campagne di scavo, ma di rinvenimenti sporadici a seguito dei lavori agricoli stagionali, e sono databili tra il X e l’VIII secolo a.C.[1] All’VIII secolo a.C. risalgono anche le prime tracce di un abitato proprio sul pianoro di S.Silvestro, che diventerà il nucleo principale sul territorio, andandosi a sviluppare progressivamente fino a diventare, con ogni probabilità, il centro maggiore di tutto il comprensorio cuprense nel periodo compreso fra il VI e il V secolo a.C. Esso va considerato in associazione alle relative necropoli, in particolare quelle di San Paterniano e di Sant’Andrea, le quali furono oggetto degli scavi sistematici di I. Dall’Osso negli anni 1911-1912: i corredi di queste tombe sono noti a tutti gli studiosi per la loro straordinaria ricchezza, e per la peculiarità di alcuni oggetti, come il caratteristico anellone piceno a quattro o a sei nodi, la cui funzione e significato restano uno dei tanti misteri che avvolgono questa cultura, anche se la studiosa Edvige Percossi Serenelli concorda con l’ipotesi sostenuta da numerosi studiosi, che si tratti di un oggetto simbolico e rituale.[2] Vediamo bene dunque come l’antropizzazione del comprensorio territoriale di Cupra era compiuta già in epoca arcaica e, in base alla datazione dei reperti rinvenuti nel territorio compreso attualmente nei comuni di Castignano- vedi stele in lingua sud-picena e altre iscrizioni in sud-piceno-, Cossignano, Ripatransone e Grottamare, possiamo ritenere che anche nelle nostre zone si era raggiunto un elevato grado di antropizzazione nelle stesso periodo. Tornando all’anellone piceno a sei o quattro nodi, che rappresenta un importante elemento su cui focalizzare l’attenzione per quanto riguarda il tema che mi propongo di illustrarvi, bisogna innanzitutto rilevare che il grande interesse della ricerca archeologica intorno a quest’oggetto è strettamente correlato alla sua area di diffusione, in quanto esso rappresenterebbe un elemento di definizione dell’estensione di una delle unità politiche in cui era diviso il territorio piceno: quella dei Cuprenses, appunto.[3] A giudicare dall’ampio raggio di distribuzione dei materiali sul territorio si potrebbe ipotizzare un ruolo di fulcro svolto dalla comunità cuprense all’interno di un comprensorio in cui Cupra si configura così come centro amministrativo di riferimento di una vasta area che comprende altre importanti comunità picene, come la vicina Ripatransone, Massignano, Cossignano, Montefiore dell’Aso e Grottammare. In particolare il territorio di Ripatransone è straordinariamente ricco di presenze archeologiche, anche se purtroppo nessuna area e nessun monumento sono visibili sul territorio, né sono mai stati effettuati sondaggi di approfondimento in aree specifiche; esso era interessato prevalentemente da aree insediative a carattere per lo più produttivo, strettamente collegate agli insediamenti della fascia litoranea gravitante sul centro cuprense, come possiamo leggere nella carta dei rinvenimenti archeologici sul territorio.[4] Oltre agli insediamenti produttivi, si segnalano le aree cimiteriali lungo le vie che collegavano le realtà insediative del territorio fra loro, e alla città di Cupra, e l’interessane rinvenimento di un tesoretto di monete repubblicane (contrada Castellano), che rappresenta un’evidente testimonianza del colpo subito anche da questa parte di territorio all’ingresso nell’orbita romana. La ricostruzione delle fasi insediative e delle vicende storiche è stata possibile grazie alla grande quantità dei reperti, tutti provenienti da vecchi rinvenimenti per lo più ottocenteschi, pazientemente e diligentemente raccolti nell’arco di quasi due secoli, esaminando i quali sembrerebbe che il territorio di Ripatransone fosse abitato fin dalle fasi iniziali della civiltà picena, come documentano i reperti attribuibili al IX secolo a.C. Ecco perciò che il quadro delle testimonianze archeologiche sul terreno lascia intravedere una presenza articolata e intensa centrata sul polo commerciale e amministrativo di Cupra. Individuare il sito dove era insediata la comunità sede dell’amministrazione centrale di questo ampio comprensorio territoriale è stato lo scopo delle campagne di scavo iniziate negli anni ’70, le uniche seguite a quelle di Innocenzo Dall’Osso di inizio secolo, in particolare ricordiamo quelle di Brecciaroli nel 1975 e di Baldelli nel 1988. Quest’ultimo in particolare situa l’insediamento piceno di Cupra sul colle della Castelletta, tra i fossi di Sant’Andrea e dell’Acquarossa, anche in considerazione della localizzazione e dell’estensione delle ricche necropoli che fanno corona a questa collina, sempre nella medesima contrada Sant’Andrea.[5] Dall’esame dei rinvenimenti archeologici in base alla loro distribuzione sul territorio si potrebbe ipotizzare la presenza di un secondo polo insediativo distinto da questo primo, in posizione più distante e periferica rispetto al sito dove sorgerà la città romana, ovvero in prossimità della foce del torrente Sant’Egidio, dove, in contrada Pietà, fu rinvenuto nel 1975 un altro sepolcreto databile a fine VI secolo a.C. Le prime ricerche archeologiche archeologiche effettuate ad inizio secolo (1911) si concentrarono principalmente nell’abitato Castelletta-San Silvestro, sito naturalmente fortificato dal ciglio dei dirupi scoscesi sia dalla parte del mare che dalla parte dell’Acquarossa, mentre dalla parte del fosso di Sant’Andrea, a nord, il confine è molto più incerto e appare naturalmente meno protetto. G. Baldelli propone un’ipotesi di estensione della superficie abitativa che si aggira sui 20-25 ettari circa, un’area considerevole per il periodo storico di cui stiamo parlando, almeno per quello che riguarda il versante medio adriatico della penisola.[6] In continuità con questo abitato piceno (sempre sulla medesima dorsale collinare di S. Silvestro), soltanto separata da esso da una stretta sella di passaggio obbligato che rappresenta il sito di un luogo di culto, si situa la necropoli principale di questa comunità. Intorno all’area portuale, in prossimità dell’importantissimo emporio internazionale costituito dal santuario della dea Cupra, si andò costituendo una realtà insediativa sempre più ampia ed articolata, rispetto all’originario villaggio piceno, che doveva avere già un notevole livello di sviluppo quando nel 268 a.C. il territorio ne divenne ager romanus insieme a tutto il piceno meridionale. Per quanto riguarda la città romana di Cupra Maritima, possiamo valerci dell’abbondanza delle fonti archeologiche ed epigrafiche, che ci danno abbondanti informazioni sulla vita quotidiana e sugli ordinamenti amministrativi della città. La città era situata lungo la costa, a sud di Cluana e di Firmum, e a nord del fiume Tronto, come ricordano le fonti letterarie: parlano infatti della città Plinio il Vecchio (III, 13, 111), Pomponio Mela (II, 4, 65), Tolomeo (III, 1, 21) e Silio Italico (8, 434). Dei monumenti della città romana di Cupra resta a tutt’oggi purtroppo ben poco di visibile risultando così difficile per il visitatore moderno avere un’idea oggettiva della straordinaria importanza che la città ricoprì in età romana, soprattutto in funzione del santuario della dea Cupra. Infatti, ai piedi della collina della Civita, sempre lungo l’attuale statale 16 Adriatica, furono portate alla luce nel secolo scorso strutture da ricondurre allo scalo portuale, ma oggi non sono più visibili, affiancate da ambienti coperti a volta, dei quali uno conteneva grandi dolia per la conservazione di derrate alimentari, che si deve riconoscere uno dei magazzini legati all’attività del porto; alla stessa funzione doveva essere destinato l’edificio denominato “Mura Mignini”, anch’esso ai piedi della collinetta della Civita, di controversa datazione, ma che, da ritrovamenti numismatici di superficie sembra in uso almeno da età repubblicana. Databile invece con certezza al 7 a.C. è la struttura situata in contrada Folignano di Cupra Marittima, denominata “Bagni di Nerone”, dal nome del console Tiberio Claudio Nerone, padre del futuro imperatore, che ci è stato tramandato dall’epigrafe CIL IX, 5308, collocata nel punto di incrocio delle arcate delle volte che caratterizzano il corpo principale dell’edificio. Tuttavia, la principale evidenza archeologica della città romana di Cupra Maritima è la struttura forense, sulla sommità dell’ampio pianoro della Civita, a 31 m s.l.m., terrazzato da una muratura lungo il lato nord, che incrocia un poderoso muraglione che sale con andamento nord-sud verso la sommità del colle. Nel punto di incrocio si può individuare una soglia, che potrebbe essere quella della porta monumentale di accesso al cuore della città. Gli edifici identificabili con certezza sono: la basilica giudiziaria, ormai del tutto interrata, ma segnalata da una macchia di arbusti, e dalla documentazione degli scavi pontifici; la piazza forense, di m 90 x m 60 circa, che doveva essere circondata da portici lungo i lati nord e sud. In particolare, lungo il lato nord il portico era sorretto dal muro di terrazzamento, e decorato da intonaci dipinti. Il lato ovest, invece, è chiuso scenograficamente dal podio a pianta quadrangolare di un tempio di grandi dimensioni, innalzato nella prima età imperiale. Alla fine del XVIII secolo una casa colonica si sovrappose alle strutture del podio, nascondendo le fondazioni della cella del tempio, di cui si conserva l’imponente scalinata di accesso, collocata ad est, davanti alla quale resta il basamento di un grande altare. Ai lati del podio si ergono due archi in laterizio non previsti nella struttura originaria dell’impianto, probabilmente realizzati durante i lavori di ristrutturazione dell’area forense voluti dall’imperatore Adriano nel 127 d.C. È fuori discussione che il monumento sia un edificio di carattere sacro, anche se è impossibile purtroppo identificare la divinità. F. Mostardi e P. Fortini[7] propongono di riconoscere in questo edificio il Tempio di Venere, ipotesi sostenuta in base alla rilevante documentazione ivi rinvenuta riferibile alla dea, oppure, più verosimilmente, il Capitolium, ovvero l’edificio di carattere sacro che dominava ogni piazza forense romana, come sostengono Gaggiotti e De Maria.[8] Risulta difficoltoso anche proporne una datazione, in quanto l’unica possibilità è rappresentata dall’esame delle fasi edilizie: la storia edilizia del Foro scandisce le fasi della vita amministrativa della città romana. La prima fase quindi si colloca nel periodo in cui viene creata la colonia augustea di Cupra Maritima[9], mentre la seconda intorno alla metà del II secolo d.C., in consonanza con gli interventi dell’imperatore Adriano in città. Furono sempre gli scavi settecenteschi ad individuare sulle pendici del colle Morganti, ad un livello appena superiore rispetto alla Civita, un’area sacra che si estendeva per circa tre ettari e mezzo, culminando con una radura fortificata. Dal rilievo della struttura si evidenzia una pianta articolata nella quale si potrebbero riconoscere basi di torri e murature di contrafforti. Nella parte centrale si può individuare un basamento con lato di 25 piedi circa, rivolto verso la città sottostante che farebbe pensare alla base di un’ara. Questa pare l’ipotesi più plausibile di lettura dei pochi resti murari esistenti sul colle, anche se sembra certo che né le dimensioni del luogo, né l’andamento della strutture esistenti possono far supporre l’ubicazione in questo punto del tempio della dea Cupra. Il “Colle Morganti” può essere considerato l’acropoli della città, per la morfologia e la posizione rispetto alla città e alle colline vicine. Infatti l’altura, pur essendo leggermente più bassa di quella più ampia immediatamente ad ovest, si protende verso il mare, creando una discontinuità nel fronte delle colline cuprensi. Senza dubbio la presenza archeologica e storica più significativa sul territorio, nonostante la scomoda mancanza di documentazione per i culti presenti sul territorio che faceva capo al centro romano di Cupra Maritima, eccezion fatta per Cossignano, doveva essere il tempio della dea Cupra, centro cultuale ed emporico di notevole anticità nonché di grande prestigio presso tutto il mondo romano. Possediamo riguardo a questa struttura fonti archeologiche, epigrafiche e letterarie oltre ai numerosi scritti e raccolte degli eruditi locali del secolo scorso. Lo scrittore greco Strabone parla della fondazione del tempio della dea Cupra da parte di Etruschi della Val Padana, precisando che “Cupra” è il nome che questo popolo attribuiva alla dea greca Hera, ovvero la romana Giunone. Altra notizia dell’esistenza di questo luogo di culto ci viene fornita dallo scrittore latino Silio Italico, che, descrivendo la costa adriatica, parla della nostra zona menzionandoci come il popolo che pratica il culto della dea Cupra. Una testimonianza tangibile della presenza del tempio di Cupra è rappresentata dall’iscrizione latina CIL IX, 5294, la quale ricorda il restauro compiuto dall’imperatore Adriano nel tempio della dea nel 127 d.C. L’iscrizione su lastra di marmo (dimensioni: cm 59 x cm 106) è attualmente murata nella chiesa di S. Martino di Grottammare. Per quanto riguarda invece le testimonianze archeologiche relative a questo prestigioso luogo di culto, esse si concentrano tutte nella contrada che fino al secolo scorso era denominata “Civita di Marano”, oggi contrada Santi, dove, su una superficie di circa 6 ettari, sorge il complesso forense del municipio romano di Cupra Maritima. I primi rinvenimenti sono dei primi del ‘700, quando questa zona apparteneva al Seminario Vescovile di Ripatransone, amministrato dal vescovo Mons. Battistelli dal 1705 al 1717, lo stesso che, come riporta una lettera apologetica dell’abate Colucci del 1874, diede ordine di distruggere la statua femminile rinvenuta fra i ruderi della città romana, affidandola ai Padri Filippini dell’oratorio per farne stucco.[10] Al Museo Archeologico di Ripatransone è conservato un pregevole busto femminile dalle proporzioni superiori al naturale la cui iconografia corrisponde a quella di Venere. Da un’ attenta analisi della scultura e dal confronto con modelli classici appare evidente il fatto che è stato impiegato uno scalpello moderno, che ha ricavato il contorno del busto, e scavato la parte posteriore, intervento denunciato anche dall’evidente asimmetria della forma del busto stesso. Si tratta di un’opera eseguita con raffinatezza in cui tutte le parti sono lavorate a tutto tondo con l’uso esclusivo dello scalpello, rifinite anche nei minimi particolari, le superfici sono ben tornite e levigate: l’esemplare ripano potrebbe essere visto come il prodotto di un’affermata officina urbana alla quale probabilmente si rivolse l’imperatore per commissionare opere in occasione dell’intervento nella città picena intorno al 127 d.C., quando restaurò il tempio della dea Cupra. Va segnalato inoltre, nell’ambito dei rinvenimenti archeologici pertinenti al luogo di culto dedicato alla dea Cupra, un pregevole bronzetto di offerente con perizoma e berretto frigio rinvenuto alla “Civita” e un cippo votivo nel quale è rappresentato a bassorilievo un elmo, conservato nella Chiesa di S. Martino a Grottamare come l’epigrafe che attesta il restauro adrianeo.[11] Le testimonianze letterarie, epigrafiche ed archeologiche esposte, per quanto significative, non danno purtroppo ragione della straordinaria importanza che il santuario di Cupra dovette assumere all’interno del panorama religioso e sociale dell’Italia antica. Dal momento che il sito resta praticamente inesplorato, non c’è altra possibilità di verificarne l’antica grandezza che attraverso un più dettagliato esame delle fonti letterarie, qui solo sommariamente accennate. Un’altra traccia tangibile della presenza di un luogo di culto nel territorio preso in esame ci viene dallo scavo effettuato nel 1984 dal gruppo Archeoclub di Cupra Marittima, il quale potè rinvenire un deposito votivo in località S.Andrea in seguito a lavori di aratura. Dopo 4 anni, nel 1988, la Soprintendenza Archeologica per le Marche dispose una regolare campagna di scavo che portò completamente alla luce questo deposito. Esso era composto unicamente da vasetti e altri oggetti miniaturistici d’impasto: olle, tazze, ciotole, mestoli, cucchiai, coperchi, foculi, in tutto un centinaio di pezzi (più quelli rinvenuti nella campagna di scavo), tutti lavorati a mano, stipati all’interno di una canaletta scavata nel terreno vergine larga attorno ai 40 cm, riempita di terra marrone argillosa, di cui restava al momento dello scavo soltanto il fondo, concavo ed in lieve pendenza da est ad ovest, conservata per il resto in un tratto rettilineo di 8 m ca., per una profondità massima di 20 cm.[12] Il sito del rinvenimento è uno stretto terrazzo naturale immediatamente sotto la strada di crinale che percorre il dorso del colle che tempo fa era denominato San Silvestro; si tratta di un punto di passaggio obbligato tra l’area dell’abitato piceno e quella del corrispondente sepolcreto esplorato nel 1911-1912 da Dall’Osso. Le ricerche hanno potuto individuare inoltre, qualche decina di metri ad ovest, in direzione della necropoli, e nei pressi di una casa colonica, una grotticella aperta proprio nel banco arenaceo del colle, sotto la strada di collegamento tra la necropoli e l’abitato, e dalla parte opposta rispetto al sito della canaletta sopra citata. Queste cavità ipogee sono una caratteristica delle campagne marchigiane, e non solo: scavate dai contadini stessi esse venivano utilizzate per conservare al fresco vino e derrate alimentari. Tuttavia all’interno di questa grotticella in passato si raccoglieva acqua in quantità modeste, filtrata attraverso lo spessore di ghiaia che si può vedere subito sopra. Al di sotto di questo livello non sono ancora state compiute le dovute indagini idrogeologiche, perciò G. Baldelli, l’ultimo studioso ad aver preso in considerazione il problema, propone l’ipotesi che questo luogo di culto piceno fosse originariamente associato all’affiorare nelle sue immediate vicinanze di qualche piccola fonte sorgiva. Non si ha alcun indizio sufficiente per mettere in qualche modo questo luogo di culto in relazione con il culto della dea Cupra. Si può soltanto rimarcare la combinazione, nello stesso luogo sacro, di testimonianze di rituali idraulici, e di rituali legati alla transizione tra mondo dei vivi e mondo dei morti. Per quanto riguarda le tipologie dei vasi documentate dal deposito, tutte su scala miniaturistica, esse sono per lo più le medesime attestate nelle tombe picene di Cupra Marittima, Grottamare e Ripatransone, quasi tutte databili al VI secolo a.C. inizi V secolo a.C., anche se la presenza di forme più antiche, di VIII-VII secolo a.C. non può essere esclusa con certezza. Analizzato il comprensorio cuprense è doveroso concentrare l’attenzione su uno dei centri del nostro entroterra che ha mantenuto vivo il ricordo del proprio passato romano, e delle presenze cultuali ivi radicate: la città di Cossignano. La zona risulta altamente antropizzata fin da epoca preromana come dimostrerebbero i frequenti rinvenimenti di superficie avvenuti negli anni nelle campagne, seppure non è mai stata eseguita una campagna regolare di ricognizione né di scavo, per cui le notizie che se ne possono dedurre sono alquanto scarse e frammentarie. Tuttavia il centro di Cossignano riveste un’importanza particolare ai miei occhi in quanto probabile sede di un culto al dio Marte, culto di particolare rilievo in un distretto territoriale il cui ambito di appartenenza si rifà a quello della dea Cupra. Infatti Secondo le fonti documentarie più antiche Castellum Martis è il nome originario di Cossignano. Su segnalazione di Roberto De Angelis ho analizzato il documento che attesterebbe questo toponimo; trattasi di un documento del Regesto di Farfa datato 1039,[13] relativo alla donazione di Longino, figlio di Azzone, dove Cossignano viene menzionato prima come castellum Martae quod vocatur Cosenianum (traducendo in latino l’espressione castello di Marte ovvero castellum Martis, erroneamente nella redazione dell’atto o nella trascrizione del regesto lo scrivente intese de Marta e tradusse Martae ciò che invece doveva tradursi Martis) poi come castello de Marte quod vocatur Cosenianum (intendendo rettamente e correggendo la precedente svista ma rinunciando a tradurre la preposizione “de”, propria della lingua volgare). In una chartula convenientiae dell’archivio di Fermo datata al febbraio del 997 si fa riferimento, inoltre, ad un fundo marte appartenente alla Chiesa fermana che aveva diverse proprietà fondiarie in Cossignano come attestato successivamente da una prestaria dell’anno 998. [14] Dunque nell’anno 1039 sopravviveva ancora, nella forma volgarizzata il toponimo Castello de Marte (equivalente della forma latina Castellum Martis e da essa derivata), nome caduto in disuso, a cui si affiancava la denominazione di uso comune ovvero Cosenianum, toponimo di origine romana, che rileva l’esistenza, nel sito della odierna Cossignano, di un fundus Cossinianus (o praedium Cossinianum) che traeva il proprio nome dal gentilizio dell’antico proprietario del fondo stesso appartenente alla gens tiburtina dei Cossinii che occupò la terra a partire dal II secolo a.C. a scapito dell’antica arx o castellum. Secondo Vicione[15], l’antico nome può considerarsi indizio dell’esistenza in Cossignano “di un sacello di Marte” dove i pastori-guerrieri veneravano il mitologico dio della guerra (il rinvenimento nel territorio di diversi corredi funerari risalenti al V secolo a.C. contenenti numerosi resti di armi mostrano che gli abitanti dell’area avevano dimestichezza con la pratica del combattimento, come d’altronde accade per tutto il territorio che possiamo comprendere nell’area di diffuzione della cultura picena), mentre A. Speranza, riprendendo questa teoria, aggiunge la suggestiva ipotesi che Castellum Martis fosse l’antico nome piceno della terra, ripreso in uso durante la guerra sociale, alla quale la città di Cossignano potrebbe aver preso parte affiancando gli Ascolani ribelli all’autorità di Roma.[16] M. Malavolta sottolineando la singolarità dell’attestazione rappresentata da un documento datato 1039 e conservato non nel suo originale ma nella copia tramandata nel regesto di Gregorio da Catino, propone una ricostruzione degli eventi riguardanti la storia arcaica del centro piceno che presuppone uno dei rituali più arcaici praticati dalle genti italiche, ovvero quello del ver sacrum, un primitivo sistema di controllo delle nascite, il quale prevedeva la consacrazione dei nati in un certo anno all’interno di una comunità alla divinità che, raggiunto il loro ventesimo anno di età, li avrebbe guidati (attraverso il proprio animale sacro), all’occupazione della nuova terra a cui erano destinati e nella quale avrebbero fondato una nuova stirpe. Alla fine del VI secolo a.C. vengono fatti risalire i primi movimenti di genti italiche nel centro Italia, per cui con ogni probabilità potremmo immaginare che giovani Sabini emigrati verso il territorio Piceno per un ver sacrum consacrati al dio Marte, muovendosi sotto la guida del picus, (animale sacro a Marte che la tradizione antica pone alla testa del ver sacrum dei Sabini del Piceno), importarono il culto di Marte nelle terre picene insediando anche sul colle di Cossignano la ben nota divinità italica che avrebbe poi dato alla terra il suo più antico nome di Castellum Martis. [17] Sempre secondo Malavolta,[18] Castellum Martis ovvero il pagus Martius, potrebbe indicare, inoltre, una circoscrizione amministrativa nell’ambito dell’ager Cuprensis, toponimo che andrebbe a supportare l’ipotesi del Mommsen, secondo la quale Cossignano sarebbe stata uno dei vici del territorio della nuova colonia di Cupra in quanto riconduce all’uso, assai diffuso in età romana, di intitolare alle divinità olimpie i vici o pagi in cui era diviso il territorio o ager di una colonia o di un municipio.[19] Purtroppo non possediamo né evidenze archeologiche né testimonianze epigrafiche sul Marte di Cossignano, ma a mio avviso si potrebbe proporre un’ipotesi ricostruttiva di questa figura, attraverso il confronto con una figura di Marte attestata per il territorio iguvino. Infatti a San Pietro in Vigneto, nel territorio di Gubbio sull’antica via per Assisi fu rinvenuta alla metà del ‘700 un’iscrizione (CIL XI, 5805) di epoca flavia che documenta l’offerta di una statua marmorea ad un altrimenti ignoto Mars Cyprius e il restauro del relativo tempietto da parte di un L. Iavolenus Apulus, il cui nomen ricorre associato al cognomen femminile Cypris in alcune epigrafi provenienti da Saepinum.[20] Nella stessa zona è stato rinvenuto anche il simulacro di culto, ovvero una statua marmorea di Marte alta “2 palmi” donata per lo scioglimento di un voto dallo stesso personaggio dell’epigrafe precedente. Sappiamo che non esiste altrove menzione di un Marte che abbia come epiclesi la forma Cyprius. Naturalmente le uniche correlazioni che si possono stabilire per un Marte con un tale attributo sono con Venere (correlazione del resto naturale per Marte) o con Cupra. Tuttavia tutte le interpretazioni possibili per l’epiteto Cyprius sono legate alla possibilità di una relazione formale con Cupra, e questo in virtù del meccanismo reinterpretativo di assimilazione a Venere “Cypria”. I linguisti hanno formulato interessanti ipotesi interpretative sull’attributo di questa divinità, giungendo alla conclusione che l’epiclesi del Marte di Gubbio è all’origine di una derivazione in *-io dal teonimo Cupra, costituendo una struttura teonimica in cui abbiamo un teonimo specifico + l’attributo, il quale indica la pertinenza della divinità all’altra divinità. Avremmo perciò un Marte di Cupra, un Marte legato alla figura di Cupra, a cui magari si praticava un rituale che rientrava nella sfera dei rituali legati a Cupra, e non legati alla figura del Marte canonico, anche perché, in base ai resoconti antichi sul rinvenimento di questa statua, sembra che il culto praticato nel tempietto non fosse riservato solo a Marte: furono rinvenuti infatti parecchi ex-voto e idoli d’argilla ricollegabili al culto di Era. Al momento non possediamo elementi sufficienti che ci permettano di identificare con certezza il Marte di Cossignano come Mars Cyprius, ma resta una suggestiva ipotesi di lavoro su questa figura cardine del pantheon italico in un ambito cultuale di pertinenza della dea Cupra, che per le sue caratteristiche intrinseche potrebbe aprire ampie zone di contatto con la figura del Marte italico. Cupra infatti, figura del pantheon romano che ha suscitato l’interesse di gran parte degli studiosi d’antichità per i problemi legati alla sua assimilazione ad una delle figure note nella schiera delle divinità femminili romane, risulterebbe in ultima analisi una divinità fornita di una fisionomia autentica e autonoma, delineandosi come una divinità che rientra in quella folta schiera di divinità dell’Italia antica appellate con denominazioni costruite intorno ai significati della sfera del “desiderare”, e tutte comunque correlate ad Afrodite, (Venere): Cupra sarebbe in definitiva una Venere denominata con un termine appartenente alla lingua umbro picena (Cupra-Cubra), il quale potrebbe essere tradotto con il latino Bona (che sta per “desiderabile”, e dal quale deriva anche l’assimilazione di Cupra alla romana Bona dea) per cui Cupra sarebbe “la Desiderabile”, la “Desiderata”.[21] Sapppiamo che Venere fu una figura fortemente rappresentativa della comunità nazionale romana, madre soprannaturale del popolo romano in quanto madre di Enea, l’eroe fondatore di Roma. In molte rappresentazioni pittoriche antiche e in cerimonie rituali dell’antica religiosità romana attestateci da fonti letterarie ed epigrafiche troviamo Venere in coppia con Marte, la mitica coppia di amanti accolta dalla tradizione romana direttamente dalla mitologia greca, in cui Afrodite e Ares compaiono come coppia adulterina di amanti anche in molti passi omerici. A Roma gli amori fra queste due divinità superne si caricarono di valori nuovi, in quanto Venere, madre di Enea, e Marte, padre di Romolo, si uniscono idealmente per proteggere la città di cui sono le divinità tutelari in quanto padre e madre soprannaturali.[22] Se quindi si accetta l’identificazione di Cupra con quella di una Venere etrusco-italica, risulta ancora più suggestiva e fondata l’ipotesi della presenza di un culto di Marte “di Cupra” in un ambito territoriale di pertinenza cultuale della dea Cupra, vista l’affinità religiosa che le due figure incarnano in età romana.
[1] Percossi-Serenelli 2000, p. 52. [2] Percossi-Serenelli 2000, p. 53. [3] Percossi-Serenelli 2000, p. 76. [4] Cfr. Percossi Serenelli 2000, p. 77; Percossi Serenelli 1989. [5] Baldelli 2000, p. 54. [6] Cfr. Baldelli 2000, p. 55. [7] Cfr. Mostardi 1977, p. 121 e seg.; Fortini 1981, p. 32. [8] Cfr. De Maria 1988, pp. 58-79; Gaggiotti 1993, p. 283. [9] Cfr. Lib. col., I, 226; II, 254. [10] Cfr. G. Colucci 1784, lettera XVI, p. 35. [11] G. F. Gamurrini, “Not. Scavi”, 1895, pp. 18-23. [12] Baldelli 1997, p. 163. [13] Regesto di Farfa di Gregorio da Catino, a cura di F. Giorni e U. Balzani, IV, Roma 1910, p. 146 sg., nr. 769 [14] D. Pacini, Il codice 1030 dell’Archivio diplomatico di Fermo - Liber diversarum copiarum bullarum privilegiorum et instrumentorum civitatis et episcopatus Firmi -, Milano 1963, p. 41, nr. 4 [15] L. A. Vicione, “Ripatransone sorta dalle rovine di un castello etrusco”, Ripatransone 1828, p. 186. [16] A. Speranza, “Il Piceno dalle origini alla fine di ogni sua autonomia sotto Augusto”, I, Ascoli 1900, p. 352. [17] M. Malavolta, Alle origini della comunità cossignanese: dall’insediamento piceno all’integrazione nello Stato romano, in “Archeopiceno” n. 23-24 Anno VI, pp 28-32. [18] Vedi nota 17. [19] CIL, IX, p. 501. [20] Cfr. Calderini 2001, p. 65. [21] Cfr. Calderini 2001. [22] Cfr. Champeaux 2002, p. 69. |
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