Comune di Cossignano Ombelico del Piceno

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Caratteristiche architettoniche

 

       L’abitato antico, che presenta la consueta architettura in laterizio degli incasati marchigiani, si caratterizza per la piazza in posizione centrale, tipica del sistema detto “a piazza unica” (o “piazza-salotto”) che ne divide la pianta in due metà specularmente uguali: il Cassero a SO e l’Aiella a NE; la memoria del toponimo “u ‘nghette” (erroneamente interpretato dai nativi come “via lunghetta”, ossia come nome alternativo di via Donna Orgilla) è chiaro indizio della presenza, nel Cassero, di una comunità ebraica.

Il breve perimetro delle antiche mura racchiude alcuni edifici di qualche interesse, che qui di seguito si elencano.

 

        1. La Chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta. Sorta nel 1792 sul sito dell’antica chiesa farfense di S. Maria, decorata pittoricamente nel 1937 da Dante De Carolis, fratello del ben più celebre Adolfo, conserva (oltre alla preziosa reliquia della Croce Santa, donata al locale cenobio francescano dal pontefice Niccolò IV nel 1289) dipinti su tela di notevole interesse: a) la Madonna del Rosario, olio su tela (m. 3,13 x 2) di arte marattesca del secolo XVII. La Madonna è seduta in trono, col Bambino che offre corone a S. Domenico e a S. Teresa, mentre due sante martiri assistono dal fondo e quattro testine di cherubini compaiono in alto;  b) l’Assunzione [sull’altare maggiore], olio su tela (m. 3,45 x 1,95) opera di Nicola Monti da Ascoli (ultimata nel 1795). In alto è raffigurata la Vergine in volo mentre un cherubino spande rose sugli apostoli disposti intorno ad un sarcofago in primo piano;  c) S.Giorgio che salva una fanciulla uccidendo il drago, opera dello stesso Monti, datata al 1794. Nei locali annessi alla sacrestia si conserva altresì un prezioso stipo intersiato, databile fra la fine del XVI e gl’inizi del XVII secolo.

 

        2. Il Palazzo comunale. L’archivio storico del Comune, con un fondo pergamenaceo di documenti dei secoli XIV-XVI è conservato nella Sala consiliare, dove si possono ammirare una tela raffigurante S.Giorgio sceso dal cavallo e, in una teca, la camicia rossa del garibaldino Placido Malavolta. Di qualche interesse la torre campanaria, ora incorporata nel palazzo, che reca un’iscrizione con la data 1586, l’anno in cui per volontà di Sisto V fu costituito il distretto amministrativo del Presidato, con capoluogo a Montalto, includente anche Cossignano. Recenti lavori di restauro hanno reso praticabile la via di accesso alla cella campanaria, dalla quale si domina sul vastissimo panorama dei colli circostanti e dove si può ammirare l’antica campana tubolare fusa nel 1303, decorata sul collo dallo stemma del Comune: s(igillum) communis Coseniani, e da un’iscrizione in caratteri gotici recante la data MCCCIII (millenario del martirio del patrono S. Giorgio) e le iniziali dell’Ave Maria e del motto derivato derivato dall’epitafio di S.Agata: M(entem) T(uam) S(anctam) S(pontaneam) H(onorem) D(eo) E(t) P(atriae) L(iberationem).

       

3. La Casa all’attuale nr. 61 di via Donna Orgilla, del XV secolo, che conserva la grondaia originaria e resti di due ghiere in laterizio, una delle quali decora un arco a sesto acuto, affiancato da una caratteristica “porta del morto”, secondo uno schema assai frequente nell’edilizia umbro-toscana, documentato anche nei dintorni di Cossignano, come mostra l’esempio di Monte Vidon Corrado.

       

4. La Porta di Levante, detta anche “porta del Burgo”, o ancora  “porta di S.Giorgio” da un’immagine del santo patrono del paese (ora del tutto sbiadita), dipinta in un apposito riquadro tuttora visibile sulla fronte (esempi analoghi, e ben più illustri, di porte urbiche poste sotto la protezione di S. Giorgio sono la Porta San Giorgio a Firenze e la Schwabthor di Freiburg im Breisgau): è il resto più cospicuo e meglio conservato dell’antica cinta muraria del castello. La Porta, che si presenta come una torre portaia a pianta quadrangolare, era attrezzata per la difesa piombante e ficcante, con le caditoie aperte tra i beccatelli che sostengono, su archetti a sesto lievemente ribassato, lo sporto anticamente fornito di merli guelfi (cioè parallelepipedi). La Porta di Levante, attraversata da via Cimicone, è costitutita da un arco a sesto acuto la cui armilla è decorata da una sobria modanatura.

        Le caratteristiche architettoniche indicano come epoca di costruzione la fine del XIII secolo, e tale ipotesi è rafforzata dalla circostanza che la sistematica fortificazione del paese sia coeva della raggiunta autonomia del Comune, ottenuta già nel 1291 per concessione del papa Niccolò IV. La torre portaia sarebbe stata restaurata nel 1433 per disposizione di Francesco Sforza e in quell’occasione, immediatamente sopra l’ogiva, sarebbe stata aperta la feritoia destinata a fungere da cannoniera.

 

        5. La Chiesa dell’Annunziata. La parte più antica dell’edificio dovrebbe risalire al 1265, anno in cui il cappellano della chiesa di S. Paolo, sita fuori le mura, ottenne da Rainaldo vescovo di Ascoli, di trasportare la sua parrocchia all’interno del castello ed ebbe dallo stesso vescovo la prima pietra della nuova chiesa. In questa nuova chiesa di S. Paolo, qualche anno dopo (nel 1299), intervenne solennemente il vescovo ascolano Bongiovanni, che impartì ai fedeli della plebanìa di Cossignano  una solenne unzione. Un riscontro puntuale della presenza di una chiesa di S. Paolo in castro è da considerare la notizia del Wadding, secondo cui l’abate di Farfa nel 1448 accolse nell’oratorio di S. Paolo (ossia nell’edificio che di lì a poco sarebbe stato consacrato all’Annunziata), i frati che avevano dovuto lasciare la primitiva sede, sita sul vicino colle di S. Francesco, devastata dai Fermani nell’anno 1388. 

        Al 1456 risale la campana più antica della chiesa, che porta la scritta: mcccclvi + + iovanes de francescho me fecit in venecias, e che fu sicuramente commissionata dai frati, che inoltre mutarono il titolo della chiesa, dedicandola all’Annunziata (ma ancora nel 1450 un documento ricorda la chiesa di S. Paolo in castro), mentre il titolo di S. Paolo tornò alla primitiva sede fuori le mura, all’estremità orientale dell’antico Borgo. 

       

        L’Annunziata era ancora in possesso dei padri francescani nel 1554, data per la quale si ricorda un pagamento di decime ai suddetti padri (tre barili di mosto) effettuato da alcuni contadini. Il 5 ottobre del 1652 il pontefice Innocenzo X soppresse i conventi minori, e l’Annunziata fu poco dopo affidata (18 aprile 1653) al clero secolare e dotata di tre, e poi di quattro cappellanie. Posteriore a tale data è la costruzione degli altari, che risalgono quasi tutti alla seconda metà del Settecento e agl’inizi dell’Ottocento.

       

        All’edificio  di culto, a navata unica senza abside, con annessa una piccola sacrestia, si accede da un rozzo portale in pietra ascolana, incassato nella disadorna superficie della facciata. All’interno l’affresco più antico, in una nicchia sulla parete sinistra vicino all’ingresso (immediatamente a sinistra dell’altare dedicato a S. Maria del Soccorso) raffigura la Madonna col Bambino affiancata da Santi, e si può datare alla seconda metà del XV secolo. Gli altri affreschi sono tutti del secolo successivo: i più pregevoli sono di scuola crivellesca, riportati alla luce già agli inizi del Novecento e visti dal Cellini, dal Valentini e dal Pansoni; altri, non meno pregevoli,  sono stati liberati dalla calcina in epoca più recente: vanno segnalati quelli sulla parete a destra di chi entra, immediatamente a destra dell’altare dell’Addolorata, raffiguranti rispettivamente S. Lucia,  la Madonna in trono con Bambino e S. Rocco, S. Sebastiano trafitto dalle frecce (quest’ultimo riportato alla luce durante i lavori di rimozione dell’altare nell’agosto 2005). La dedica del S. Rocco porta la data del 1530 (e il nome del  dedicante Laudadeo), mentre un graffito del 1596 tracciato sulla sua superficie attesta che fino a tale data l’affresco fu visibile (in seguito anche’esso fu ricoperto, come tutti gli altri, da più mani di calcina). Di grande interesse sono anche le figure di Santi (specie un S. Giuseppe, affrescato sulla parete nord del presbiterio, a sinistra dell’altare maggiore, commissionato nel 1540 da una madonna Chaterina Lelia), riportati alla luce nel 1970, mentre non è stato mai ricoperto il grande affresco nella nicchia sulla parete di fondo, a destra dell’altare maggiore raffigurante una Deposizione dalla Croce, datato 1530 e variamente attribuito a Cola dell’Amatrice o al maestro Giacomo Bonfini da Patrignone, e che reca, nella parte inferiore destra, la minuscola figura di un frate, forse il committente dell’opera: Gesù vi appare deposto dalla croce da Giuseppe di Arimatea e Nicodemo, mentre Maria sua madre giace svenuta, confortata dalla donne, e la Maddalena è ritratta nell’atto di sorreggere le gambe del Cristo, accanto a Giovanni che ne porta alle labbra una mano (per questo affresco si è notata una strettissima analogia con quelli dell’ex chiesa della Misericordia di Tortoreto in provincia di Teramo).

       

        Il dipinto di maggior pregio conservato nella chiesa dell’Annunziata è però la pala d’altare, dipinta a olio su tavola, raffigurante S. Antonio Abate in trono, S. Antonio da Padova e S. Giobbe (m 2,25 × 1,70), opera di Vincenzo Pagani (1490 circa -1568). Al centro, su un alto piedistallo marmoreo, è seduto di prospetto S. Antonio Abate, con veste bruna e manto giallo-oro, il pede destro poggiato su un libro chiuso, il capo mitrato, la destra alzata nell’atto di benedire, la sinistra sostenente il pastorale e un libro aperto sulle ginocchia. Dietro di lui quattro angioletti distendono un drappo rosso. Ai suoi piedi è raffigurato a sinistra, di profilo, S. Antonio da Padova in saio grigio, che poggia sul piedistallo un libro aperto e regge in mano un giglio (un “ramo di giglio” si legge curiosamente nella descrizione dell’inventario del Serra); a destra S. Giobbe, in veste di mendico, col turbante sul capo. Negli angeli si accenna l’influenza di Raffaello, che fu molto attiva sul Pagani.